TERRE DI ALVI- LA LEGGENDA DEL COPPO, 1867

21.04.2026
di Pietro de Laurentiis
C'era, tra le pieghe dei monti sopra Alvi, un tempo in cui le parole avevano gambe e camminavano insieme ai muli.Alexandra, cantava in modo meraviglioso e rideva spesso. Non era una risata leggera, era una risata piena, come acqua di fonte che scivola sulle pietre. Aveva studiato dalle suore, sì, e sapeva far di musica. Sapeva leggere e scrivere quando ancora molti non conoscevano neppure le lettere del proprio nome. Ma più della scrittura, era il canto a renderla memorabile: una voce limpida, che al mattino si mescolava al fumo dei camini e alla sera si stendeva sui campi come una coperta buona."S'io volesse cantar ad una ad una l'altrui bellezzenon bastan l'anne, la luna e le stelleche al paragon son, si placide et belle…"
I pastori l'adoravano e presto impararono le sue poesie senza accorgersene. Le ripetevano tra un richiamo e l'altro, tra il suono dei campanacci e il vento. I carbonai mentre vegliavano le braci della carbonaia, vuoi per inerzia, vuoi per i fumi del vino, portavano le sue rime nei boschi, e lì, tra la cenere e il nero, quelle parole sembravano brillare ancora di più. Accadde che anche i mulattieri, gente abituata alla fatica e al silenzio, iniziassero a portare quelle rime lontano, oltre le montagne di Alvi, fino ad Antrodoco:" Dove le storie sostavano e radicavano, nel breve tempo, del cambio dei muli.Coloro che passavano per Antrodoco sentivano cantare quelle arie canore dagli abitanti del posto, che non facevano mistero, ammettendo che quelle melodie provenivano da Alvi.Una sera, al margine del pascolo, due pastori si fermarono ad ascoltarla.«Senti, Rocco…»«Sto sentendo.»«Questa non è voce di Alexandra.»«È una voce che resta», rispose Rocco, stringendosi nel mantello. «Vedrai che ce la ricorderemo.»Alexandra non lo sapeva, o forse sì:" Era apprezzata da tutti. Ma non se ne vantava.I carbonai, nei boschi, ripetevano i suoi versi mentre giravano la brace.«Come faceva quella strofa?» chiese Mucciconi al dominus Antonio di Chiarofonte, con le mani nere.«Aspetta… "La dove il vento ti porta via, seguo la scia, dell'anima mia …" no, non era così», rispose 'Ntonio.«Era meglio. Molto meglio», intervenne un terzo, sorridendo. "Ma tanto lei questa strofa la canta ancora. Basta tornare al paese… e vedrai che ho ragione io".Matteo e Giuseppe, conducenti di mulo:" Mattè che sti a cantà?"Niente."»"Come non è niente, questa haè la canzonh di Alexxandra… che te si nnamurate"."Forse." E allorh arcantala, ca me piace. -"Allora cantala che mi piace"-Un giorno d'autunno, Alexandra, quando l'aria sa di mele e di terra umida, fu vista salire verso gli stazzi del Coppo. Portava un cesto colmo di vivande: mele rosate, pane, qualche forma di formaggio. Disse a qualcuno che sarebbe tornata prima del buio.Non tornò più.All'inizio fu un'attesa, poi una preoccupazione sottile, infine un silenzio pesante. Il paese intero si mosse: uomini tra le rocce, donne lungo i sentieri, bambini chiamati a voce alta come se potessero rispondere al posto suo. La cercarono nei fossi, tra i cespugli, nei ricoveri abbandonati. Ogni anfratto sembrava promettere una risposta, ma restituiva solo illusioni…
Quando la speranza cominciò a farsi fragile, si riunirono tutti. Fu convocato ad Alvi il decurione del Comune di Crognaleto, colui che riscuoteva i soldi della "Compasqua" e si addivenne ad un accordo: chiunque avesse ritrovato il corpo della fanciulla, avrebbe avuto in concessione i pascoli di quel luogo. Tutti annuirono e non fu una decisione leggera. Fu il segno che ormai cercavano non più una voce, ma una fine.La donna morta fu trovata al Coppo, trucidata con una accetta. Il suo corpo giaceva ancora sopra il suo cesto e il suo sangue aveva macchiato tutto. Fu un "Frattalano" a trovarla, quindi quel terreno cadde nella disponibilità di Frattoli, non dopo aver sollevato molti dubbi e interrogativi a cui non fu possibile dare risposte.Il pastore di Frattoli disse di averla vista per caso, tra l'erba piegata e le pietre. E lì rimase anche la verità, sospesa tra il detto e il non detto. Il suo corpo portava segni che nessuno volle nominare troppo ad alta voce, ma che tutti compresero. Non c'erano strumenti per indagare, né giustizie da inseguire. C'era solo il bisogno di chiudere una ferita atroce; che, in realtà, non si sarebbe mai chiusa del tutto, se ancora oggi ne narro la storia.Frattoli ebbe quei terreni e il paese di Alvi rimase con i suoi dubbi.Si racconta però che le mele trasportate da Alexandra, quelle del cesto rovesciato, si fossero macchiate del suo sangue. I genitori, affranti e sgomenti, raccolsero quelle mele e le posizionarono in un vaso… di pietra. Di quella pietra, di quel vaso che ancora oggi racconta la sua storia, poiché è sopravvissuto al tempo. …la sua foto è allegata al racconto.Conservarono i semi di quelle mele, con una cura che somigliava a un atto di fede, come si fa con le cose preziose o sacre:" e quei semi germogliarono; e nacquero alberi da frutto.Alberi diversi, con mele dalla polpa rossa, intensa, quasi viva. Quando li tagliavi, sembrava di vedere il tramonto racchiuso dentro una mela. I Genitori chiamarono quelle mele "amore rosso". Non per dolcezza, ma per memoria. Ad Alvi ancora oggi sopravvivono queste piante ed è facile incontrarne qualcuna, tra quelle terre franate che distrussero il paese.Ancora oggi, si dice, che quegli alberi resistono al vento e al tempo. E quando qualcuno addenta uno di quei frutti, c'è chi giura di sentire, per un istante, una voce lontana. Non un lamento, ma un canto.Il canto della leggenda del COPPO.