MI STANNO SFIDANDO NEI RACCONTI, ED IO REPLICO DI PASSO IN PASSO.
di Pietro de Laurentiis

Nella piccola Alvi, dove la montagna piega le spalle sotto il peso delle stagioni, viveva una figura di Spicco;" Il pastore Nnunzio e Maddalena. Nnunzio possedeva dei bellissimi cavalli che tornano sempre alteri alla mia mente. In questo paese, le sere non calavano mai davvero in silenzio. C'erano due osterie dove le persone si incontravano:" L'Osteria di Giuseppina; e quella di Navina" che ospitavano le persone per una partita a carte o per una passatella. Di passatella in passatella i fumi dell'alcol produceva i suoi effetti e i pastori si dilettavano a cantare Madrigali Melodici, tra di loro. Bastava che una piccola luce interna fosse accesa all'ingresso di queste osterie, che subito il paese si animava e Alvi tornava a respirare. Dentro, l'aria era densa: vino rosso e gassosa, legno antico, e voci. Sempre voci. I pastori arrivavano uno dopo l'altro, ancora sporchi di terra e di vento, con le mani dure e gli occhi pieni di cielo. Ma quando il primo bicchiere scendeva in gola, qualcosa cambiava. Il parlare si faceva canto. «È tempo,» diceva qualcuno. E allora iniziavano i canti. Non erano quelli raffinati delle corti, no. Quelli di Alvi erano ruvidi, storti, a volte persino sbagliati. Ma avevano un cuore vivo. Si lanciavano versi come si lanciano sassi in un fiume: uno iniziava—"Ho visto l'alba nel tuo passo lento,"—e un altro rispondeva, ridendo—"ma era il vino, o forse il firmamento. "Le rime nascevano tra un sorso e l'altro, spesso senza pensarci troppo. Eppure, in quella improvvisazione ubriaca, c'era una strana armonia. Parlavam d'amore, sì, ma anche di pecore smarrite, di lune troppo grandi, di promesse mai mantenute. E ogni parola, anche la più goffa, trovava il suo posto come una nota in una melodia incerta, ma sincera. A volte si sfidavano. Due pastori si alzavano, barcollando appena, e iniziavano un duello di versi. Chi sbagliava rima, pagava da bere. Chi restava senza parole, veniva sommerso dalle risate. Ma nessuno perdeva davvero: perché ogni canto, anche il più storto, veniva accolto come parte della notte. Fuori, le stelle ascoltavano. E dentro, tra tavoli segnati dal tempo e bicchieri che non restavano mai pieni a lungo, nasceva una poesia che non chiedeva di essere ricordata. Viveva solo lì, nell'istante. Quando l'ultima candela si spegneva e le voci si facevano basse, qualcuno mormorava ancora un verso, quasi per sé:" Se il giorno è duro e il cuore è stanco, la notte canta… e io me la canto. "E gli altri annuivano, in silenzio. Perché ad Alvi, anche l'ebbrezza sapeva fare poesia. Non volevo dirlo, ma tra quei pastori c'era chi conosceva di Divina commedia a memoria, e sapeva ripeterla anche al contrario. Anche questo è il suono di quel tempo.
