LA VOLPE MANDATA DA DIO

di Vittorio Camacci da Territori Ostili
" Est modus in rebus, sunt certi denique fines, quos ultra citraque consistere rectum"
Non so quando abbia cominciato davvero, forse senza accorgermene. Non in un giorno preciso, non davanti a una bandiera o a un altare, ma restando qui, mentre intorno tutto suggeriva di andarsene. Difendere la mia terra non è stata una scelta ideologica: è stata una resistenza naturale, quasi biologica, come quella degli alberi che restano in piedi anche quando il terreno frana. Difendere, prima di tutto, dall'oblio, dall'abbandono, dalla narrazione comoda che trasforma le ferite in numeri e le comunità in pratiche amministrative.
Vivo in un territorio martoriato, dove il sisma non ha solo spaccato le case ma ha aperto crepe più profonde: nei rapporti umani, nella fiducia, nella dignità. Qui il Male non arriva con grandi proclami, ma si insinua piano: nello sciacallaggio, nell'interesse mascherato da aiuto, nella fretta di ricostruire senza più ricostruire le persone. Difendere, allora, è stato restare vigile, dire di no quando sarebbe stato più facile tacere, non cedere alla rassegnazione che tutto uniforma e consuma.
Poi ho capito che difendere non basta. Difendere è ancora lotta, attrito, stanchezza. A un certo punto ho sentito il bisogno di conservare. Conservare non come nostalgia imbalsamata, ma come gesto di cura. Conservare i nomi dei luoghi, i sentieri, i racconti degli anziani, i silenzi delle stagioni. Conservare i riti minimi: il modo di salutarsi, di aspettare, di aiutarsi senza proclami. In un mondo che divora tutto in nome dell'utile, conservare è un atto radicale, quasi sovversivo. È dire: questo vale, anche se non rende.
Conservare significa anche accettare di essere "residuale", fuori moda, fuori tempo. Ma è proprio lì che ho ritrovato il senso di una continuità più grande di me. Qui la terra non è proprietà, è eredità; non è risorsa, è presenza e chi la abita davvero lo sa: non siamo noi a possederla, siamo noi a doverle rispondere.
Infine, senza che me ne rendessi conto, è arrivato il terzo passo: pregare. Non per evasione, non per consolazione facile, ma perché a un certo punto le parole civili non bastano più. Pregare è stato ammettere un limite. È stato riconoscere che il Male che divora questa terra non è solo economico o politico, ma spirituale: è perdita di senso, di misura, di pietà. Pregare è diventato un atto concreto, quotidiano, quasi ostinato: chiedere che ciò che corrompe svanisca, che ciò che è buono resista, che ciò che è fragile venga custodito. Poi ho saputo che una volpe si aggira, spesso, in cerca di cibo tra le SAE di Pescara del Tronto ed ho capito ricollegando il tutto al racconto antico della ciotola di latte e della volpe. Un uomo semplice offriva ogni sera a Dio una ciotola di latte. Il mattino la trovava vuota. Allora l'uomo pensò che Dio gradiva il suo dono. Un monaco, con la sua sapienza, smascherò l'inganno: era solo una volpe che beveva. Ma un angelo gli spiegò che Dio aveva mandato proprio quella volpe per accogliere l'offerta di quell'uomo. Questo dimostra, ancora una volta, che non tutto va smontato, spiegato, corretto. Alcuni gesti, anche se ingenui, tengono aperto il mondo. Anche qui, nella mia terra, forse le nostre preghiere sono come quella ciotola: non cambiano subito le cose, non fermano i potenti, ma tengono aperto un varco e questo basta.
Difendere, conservare, pregare non sono slogan. Sono una disciplina interiore. Difendere senza odio. Conservare senza chiudersi. Pregare senza fuggire. È così che resto. Non per eroismo, non per purezza, ma per fedeltà. Finché questa terra respirerà, finché qualcuno racconterà ancora una storia vera, finché una preghiera, anche imperfetta, verrà pronunciata, il Male non avrà l'ultima parola e forse, come la volpe di Pescara, qualcosa verrà ancora a mangiare e bere da ciò che avremo offerto in silenzio.
Vivo in un territorio martoriato, dove il sisma non ha solo spaccato le case ma ha aperto crepe più profonde: nei rapporti umani, nella fiducia, nella dignità. Qui il Male non arriva con grandi proclami, ma si insinua piano: nello sciacallaggio, nell'interesse mascherato da aiuto, nella fretta di ricostruire senza più ricostruire le persone. Difendere, allora, è stato restare vigile, dire di no quando sarebbe stato più facile tacere, non cedere alla rassegnazione che tutto uniforma e consuma.
Poi ho capito che difendere non basta. Difendere è ancora lotta, attrito, stanchezza. A un certo punto ho sentito il bisogno di conservare. Conservare non come nostalgia imbalsamata, ma come gesto di cura. Conservare i nomi dei luoghi, i sentieri, i racconti degli anziani, i silenzi delle stagioni. Conservare i riti minimi: il modo di salutarsi, di aspettare, di aiutarsi senza proclami. In un mondo che divora tutto in nome dell'utile, conservare è un atto radicale, quasi sovversivo. È dire: questo vale, anche se non rende.
Conservare significa anche accettare di essere "residuale", fuori moda, fuori tempo. Ma è proprio lì che ho ritrovato il senso di una continuità più grande di me. Qui la terra non è proprietà, è eredità; non è risorsa, è presenza e chi la abita davvero lo sa: non siamo noi a possederla, siamo noi a doverle rispondere.
Infine, senza che me ne rendessi conto, è arrivato il terzo passo: pregare. Non per evasione, non per consolazione facile, ma perché a un certo punto le parole civili non bastano più. Pregare è stato ammettere un limite. È stato riconoscere che il Male che divora questa terra non è solo economico o politico, ma spirituale: è perdita di senso, di misura, di pietà. Pregare è diventato un atto concreto, quotidiano, quasi ostinato: chiedere che ciò che corrompe svanisca, che ciò che è buono resista, che ciò che è fragile venga custodito. Poi ho saputo che una volpe si aggira, spesso, in cerca di cibo tra le SAE di Pescara del Tronto ed ho capito ricollegando il tutto al racconto antico della ciotola di latte e della volpe. Un uomo semplice offriva ogni sera a Dio una ciotola di latte. Il mattino la trovava vuota. Allora l'uomo pensò che Dio gradiva il suo dono. Un monaco, con la sua sapienza, smascherò l'inganno: era solo una volpe che beveva. Ma un angelo gli spiegò che Dio aveva mandato proprio quella volpe per accogliere l'offerta di quell'uomo. Questo dimostra, ancora una volta, che non tutto va smontato, spiegato, corretto. Alcuni gesti, anche se ingenui, tengono aperto il mondo. Anche qui, nella mia terra, forse le nostre preghiere sono come quella ciotola: non cambiano subito le cose, non fermano i potenti, ma tengono aperto un varco e questo basta.
Difendere, conservare, pregare non sono slogan. Sono una disciplina interiore. Difendere senza odio. Conservare senza chiudersi. Pregare senza fuggire. È così che resto. Non per eroismo, non per purezza, ma per fedeltà. Finché questa terra respirerà, finché qualcuno racconterà ancora una storia vera, finché una preghiera, anche imperfetta, verrà pronunciata, il Male non avrà l'ultima parola e forse, come la volpe di Pescara, qualcosa verrà ancora a mangiare e bere da ciò che avremo offerto in silenzio.
Vittorio Camacci
da Territori Ostili
