La Piccola Parigi

di Pietro de Laurentiis
Eccomi qua, ci sono, anche oggi con la mia storia. Camminavo verso la montagna e Bruno Scipioni, l'Americano, mi raccontava come prendeva in giro gli ingegneri Americani, dicendo loro che aveva imparato a saldare sotto la coda di una pecora:" CHE FANTASIA!" C'è qualcosa di teatrale, quasi epico, nella storia che sto per raccontarvi. È la storia di Alvi – paese sospeso tra il reale e il sussurrato – e della sua Torre di Ferro, che per un periodo fece di questo piccolo borgo delle montagne teramane "la Piccola Parigi". Alvi non è un luogo che si lascia definire facilmente. È appoggiata come un sogno a metà tra mito e memoria, dove i racconti si tramandano più per necessità che per vezzo. Quando scrivere era privilegio di pochi, erano la lingua e la fantasia a mantenere vivo il passato: perché ogni montanaro sapeva che una storia dimenticata è una vita che smette di parlare. All'inizio del Novecento, il mondo cambiava in fretta. Là dove un tempo i carbonai annerivano le mani e i polmoni per scaldare le città con il loro carbone, arrivarono il gas e gli oli combustibili. Le montagne si spopolarono, il respiro delle carbonaie si fece silenzioso. Ma proprio in quell'epoca di trasformazioni nacque la leggenda della "Piccola Parigi": quando, tra le pendici dei Monti della Laga, Alvi divenne improvvisamente centro di lavoro e di sogni. Gli uomini del paese, un tempo pastori e carbonai, si misero a costruire gallerie e canali. Le mani callose plasmarono la pietra, l'acqua e il ferro per dare vita al Lago di Campotosto e alla centrale idroelettrica di Provenzano. Nel paese, d'un tratto, cominciarono a brillare piccole lampadine gialle al tungsteno: il primo segno della luce elettrica, il primo riverbero di modernità. E fu allora che qualcuno, scherzando e sognando al tempo stesso, cominciò a chiamare Alvi "la Piccola Parigi".
Sotto il monte, a Pedecommare, si ergeva una montagna di ferro – un'enorme torre scintillante sotto il sole – dove gli operai accumulavano il materiale per il cemento armato. Qualcuno, guardandola, disse che pareva una Torre di Ferro come quella "di Parigi, dove c'è la torre Eiffel…".Da lì nacque il mito. Bastò poco: "Torre e.Fer" divenne "Torre Eiffel", e il nome rimase. Così, tra fantasia e realtà, Alvi si vestì di luce e leggenda, diventando per tutti la Ville Lumière d'Abruzzo. La Piccola Parigi C'è qualcosa di profondamente teatrale in questa storia. Una piccola epopea sospesa tra il reale e il sussurrato, tra la cronaca e il sogno. Perché questa è la storia di Alvi, del suo soprannome di Piccola Parigi, e della leggendaria Torre di Ferro che un tempo vegliava sul paese, come un gigante dormiente. Alvi è un luogo che sembra vivere in bilico tra mito e memoria. Arroccato sui fianchi silenziosi dei Monti della Laga, ha sempre avuto il dono di mescolare le sue radici con la fantasia dei suoi abitanti. Quando ancora la scrittura apparteneva solo a pochi eletti, qui la storia si tramandava con la voce, con i gesti, con la capacità di trasformare ogni evento in racconto. Perché la memoria, tra queste montagne, si mantiene viva solo se sa emozionare. Il respiro del carbone Un tempo, la vita saliva in alto. Gli uomini cercavano la montagna non per la pastorizia, ma per il carbone: oro nero delle città, che con esso cucinava e si scaldava. Ogni schiocco della legna arresa al fuoco era un battito del cuore del paese. Ma all'inizio del Novecento, il mondo cambiò. Nelle case delle città arrivarono il gas e l'olio combustibile. Le braci delle carbonaie si spensero una dopo l'altra, lasciando il silenzio e l'eco dei colpi di zappa sui crinali. Fu in quel tempo sospeso che nacque la leggenda della Piccola Parigi. Perché proprio allora, tra le rocce e i querceti, Alvi divenne centro di lavoro e di trasformazione. Il tempo della lucePer costruire il Lago di Campotosto e la centrale idroelettrica di Provenzano, sotto la montagna di Tottea, il paese intero si fece cantiere a cielo aperto. Uomini, lavorarono per realizzare le gallerie che trasportavano l'acqua fino a Campotosto. L'aria sapeva di ferro e di sudore, e le voci si intrecciavano al rumore delle carriole e delle corde delle teleferiche, che sulla montagna di Alvi trasportavano sabbia cemento e ferro, per il cemento armato. Fu in quegli anni che la modernità fece il suo ingresso anche qui, tra i muretti a secco e i vicoli di pietra arenaria, che arrivò la corrente elettrica. E con essa... la luce. Certo, non una luce come la intendiamo oggi. Ad Alvi c'erano, sì e no, venti o trenta lampadine a basso voltaggio. Gialle, tremolanti, al tungsteno. Ma erano il simbolo di un tempo nuovo. La corrente veniva erogata a 125 volt e la sera, il paese si accendeva come per magia. Chi non aveva mai visto la grande città, si trovava davanti a uno spettacolo mai immaginato: pareva che il cielo stesso avesse imparato a brillare sulle pietre, che bagnate dal cielo riflettevano luci mai viste prima. La montagna di ferro Il motivo per cui la fantasia popolare cominciò a chiamare Alvi "la Piccola Parigi" nacque poco sopra al paese, in un luogo chiamato Pedecommare. Lì si era alzata una montagna di ferro colossale, fatta di travi, barre e tondini, accumulata per costruire i canali di gronda e le gallerie che raccoglievano le acque dei monti. Era ferro destinato al cemento armato, necessario a incatenare l'acqua e trasformarla in energia. Quel mucchio immenso, scintillante sotto il sole, pareva spingersi fino al cielo. Chi lo guardava da Alvi, aveva l'impressione di vedere una torre d'acciaio, una torre di un'altra epoca, quasi una sorella lontana della Torre Eiffel di cui parlavano i maestri nelle scuole. Quelle scuole erano nuove, e insegnavano geografia ai figli dei carbonai. Per loro, Parigi era solo un nome su una mappa, ma bastò poco perché la fantasia unisse le due immagini: la Torre di Ferro, vista con gli occhi del cuore, divenne la "Torre e.Fer".E la "Torre e. Fer" presto fu pronunciata in modo quasi simile a "Eiffel". Il gioco era fatto. Alvi, con le sue lampadine e la sua montagna di ferro, divenne "La Piccola Parigi", la Ville Lumière delle Laga. Il crociato e la Madonna Come avete modo di notare, ad Alvi la potestà di creare miti e leggende non si è mai spenta, nemmeno quando i primi motori iniziarono a salire verso il paese. Sopra il paese sorge ancora la piccola chiesa di Santa Maria Apparens. Si racconta che lì, un tempo lontano, un crociato francese trovò la salvezza. Ferito e stremato, di ritorno dalla Palestina, ebbe una visione della Madonna che lo miracolò sanando le sue ferite; e solo dopo aver costruito la sua chiesa, riprese il viaggio per la Francia. Per devozione e grazia ricevuta, costruì proprio con le sue mani quella chiesetta che domina ancora oggi la valle. Questo racconto, non è solo una leggenda. Le navi dei crociati sbarcavano davvero in Puglia, e molti di loro rientravano verso nord, attraversando il valico antico di Alvi — l'unico passaggio che permetteva di superare i monti e raggiungere Amatrice, Rieti, Roma, o risalire verso l'Umbria e la Toscana. La strada statale 80, quella che oggi conosciamo, non esisteva ancora: fu costruita solo nei primi anni del Novecento. Così, la storia e la leggenda vissero sempre intrecciate tra mito e realtà, senza bisogno di essere separate. Perché, come diceva sempre il vecchio narratore di paese, "non ha senso purgare il vero dal fantastico: tutto ciò che è stato raccontato una volta, merita di essere creduto, perché solo fantasticando attorno alla realtà si crea una immagine che si può trasmettere ai posteri. La Piccola Parigi e il tempo che resta Fu l'ultima volta che Alvi cambiò il vezzeggiativo popolare, con cui veniva appellata; perché c'èra già stato un tempo in cui veniva chiamata Napoli Piccirilla, per il fatto che era il primo paese che i viandanti incontravano entrando nel Regno delle Due Sicilie, passando da Amatrice, che apparteneva al Regno della Chiesa. Ma la modernità, come sempre, fu effimera. Finite le opere, la gente tornò alle proprie case, e poi cominciò a partire. I giovani emigrarono verso Roma e verso l'America. In America, in località chiamata Betlemme, c'è una comunità italiana che si è stabilita lì. Ogni anno, questi alvanicchi americani, tornano ad Alvi, per riassaporare con i loro occhi quella luce antica, che non era solo una luce al tungsteno, ma alla memoria:" Come dice Bruno Scipioni, quando si ferma sopra al paese a guardando il paese che l'ha visto crescere". Coloro che rimasero al paese continuarono a raccontare storie e leggende legate al loro paese, intrecciando i fili del reale e dell'immaginario, per far sì che Alvi non smettesse mai di esistere. E oggi, chi narra questa storia — forse l'ultimo dei cronisti di paese — sa che ogni parola aggiunge un po' di cera a quelle candele della memoria che non devono mai spegnersi. Perché la vera forza di Alvi non è nei fatti, ma nella sua anima poetica, in quel confine sottile dove la verità e la fantasia si confondono, come due luci, diverse, nello stesso tramonto. FANTASTICARE PER RICORDARE… E forse, alla fine, il bello sta tutto lì.
