LA PADRONA

di Vittorio Camacci
Alla fiera di Piano Roseto, che si teneva il primo settembre, giorno di Sant' Egidio, sul versante sud-orientale dei monti della Laga, nessuno avrebbe mai detto ad alta voce quello che tutti sapevano. Le vacche si tastavano sul dorso, i cavalli si facevano girare, le pecore si sollevavano per controllarne le zampe; le ragazze no, le ragazze si "sistemavano". Eppure, tra i recinti improvvisati, le tende basse e il fumo dei fuochi, anche le vite passavano di mano, solo che lo facevano con discrezione, tra uomini, lontano dagli occhi.
Era uno di quei giorni in cui i pastori si ritrovavano dopo mesi di solitudine sugli stazzi, prima della discesa verso la pianura. Si chiamava anche la " Fiira de le 'Bbotte" perché lì si regolavano i conti di un' estate: per uno sgarbo, per la terra, per i pascoli, per i debiti di gioco alla locanda, per questioni di cuore. Finiva sempre con una sonora scazzottata prima di prendere ognuno la propria strada per la demonticazione invernale. Oltre a questo si facevano anche cose normali: si parlava, si beveva, si contrattava. Non solo bestiame.
Io stavo accanto a mio padre, un passo indietro, come si conviene. Lo scialle tirato sulle spalle, gli occhi bassi. Attorno, un mare di voci: richiami, prezzi, risate, il suono secco dei bastoni sulla terra. L'odore era quello di sempre: lana, sudore, fieno e vino.
Vicino a noi si muoveva il sensale. Di bestiame, ufficialmente. Di tutto il resto, in realtà. Era uno di quelli che sapeva ogni cosa: chi aveva debiti, chi cercava una moglie, chi aveva una figlia "rimasta". Passava da un gruppo all'altro, parlava piano, indicava senza farsi vedere.
Io non lo guardavo, ma sentivo quando parlava di me.
Avevo ventidue anni e un fidanzamento rotto. Non per colpa mia, o almeno non per quella che dicevano. I genitori di lui avevano cominciato a mormorare, poi a dire apertamente che ero "chiacchierata". Bastava poco, allora: uno sguardo, una voce, una diceria e una ragazza perdeva valore come una bestia che si dice malata senza esserlo davvero.
Il matrimonio non si era mai fatto.
Tutto questo, nella Laga, bastava a segnarti.
"È brava," diceva ora mio padre al sensale. "Sa fare tutto."
Non aggiungeva altro. Non serviva. Il resto lo facevano le voci.
Il sensale annuiva e ripartiva, lasciandosi dietro parole sospese. Ogni tanto tornava, scuoteva la testa, poi spariva di nuovo tra gli uomini e le bestie.
Io guardavo la terra. Impronte di zoccoli, paglia, fango secco. Mi sentivo come una di quelle tracce: passata, calpestata, senza più direzione.
Poi, a un certo punto, qualcosa cambiò.
Non fu un rumore, ma un silenzio diverso.
Il sensale tornò con un uomo.
Non era del posto, si vedeva subito. Aveva addosso la montagna, ma di un altro versante. Più alto della media, largo, con le mani rovinate e lo sguardo di chi ha fatto tutto da solo troppo a lungo.
Parlò prima con il sensale. Poche parole.
Poi guardò mio padre.
"È lei?" chiese.
"È mia figlia," rispose mio padre.
L'uomo mi guardò. Non come fanno gli altri. Non cercava difetti, non misurava. Guardava e basta, come se volesse capire.
"Io ho casa," disse poi, senza giri di parole. "E ho figli."
Fece una pausa.
"Quattro."
Quelle parole rimasero nell'aria.
"Mia moglie è morta l'inverno scorso. La casa è rimasta senza donna."
Nessuno parlò per un momento. Nemmeno il sensale.
Il vento passò tra le tende. Una pecora belò.
"Sa lavorare?" chiese l'uomo.
"Da sempre," rispose mio padre.
Ancora silenzio.
Poi successe qualcosa che non mi aspettavo.
L'uomo si rivolse a me.
"E tu?" disse. "Vuoi venire?"
Il sensale abbassò gli occhi. Mio padre non disse nulla.
Io alzai lo sguardo.
Era la prima volta che qualcuno mi faceva una domanda.
Sentii dentro qualcosa muoversi piano, come una porta rimasta chiusa troppo tempo. Pensai a quella voce che mi aveva rovinata senza nemmeno conoscermi. Pensai a come bastava poco, in quei paesi, per diventare niente.
Poi guardai quell'uomo.
Non era gentile, non era duro. Era stanco e credibile.
Immaginai una casa piena di passi, di voci, di panni da lavare, di pane da fare. Non amore, forse. Ma un posto e forse, col tempo, qualcosa di più.
"Se c'è rispetto," dissi piano, "vengo."
Lui annuì.
"Quello non manca."
Il resto lo fecero gli uomini. Parole, accordi, condizioni. Il sensale sistemò tutto come si sistema una vendita importante, ma senza mai dire che lo fosse.
La fiera continuò. I buoi cambiarono padrone, i cavalli furono provati, il vino finì nei bicchieri.
Nessuno si accorse di me.
Eppure, proprio lì, in mezzo alla terra battuta e al rumore del mondo, la mia vita cambiò strada.
Anni dopo, quando ero diventata "la Padrona", il portico era pieno di voci e il crepuscolo scendeva con l'odore del fumo buono e del pane caldo, ripensavo a quel giorno a Piano Roseto e capivo che non ero stata scartata.
Ero stata raccolta, come si fa con qualcosa che altri non sanno più vedere.
Vittorio Camacci
