L’ ULTIMO SEGRETO DI CIVITELLA DEL TRONTO

21.09.2025
di Vittorio Camacci

Nell' architrave di travertino di una finestra che guarda su piazza Franciscus Filippi Pepe, giace inciso un segno che il tempo non ha consumato. Le lettere, scritte in nero, tracciate con rigore antico, recitano: "Non nobis Dom+ine, non nobis."
Chi passa sotto quei palazzi sente a volte un fremito: non è il vento delle gole né l'eco della fortezza, ma il respiro di un giuramento che non si è mai sciolto. La scritta non appartiene alla casa, né a chi vi abitò: è un marchio eterno, lasciato da chi serviva un ordine che non chiedeva onori ma solo memoria nel cielo.
La rocca, alta sulla rupe, ha visto guerre e assedi, il passaggio di re e soldati, eppure quell'iscrizione rimase intatta. Non un graffio, non un segno di martello l'ha mai scalfita. Alcuni dicono che sia rimasta perché difesa da una mano invisibile, come se quelle parole fossero state incise non solo nella pietra ma nel respiro stesso del luogo.
Quando il sole cala dietro i bastioni e l'ombra avvolge la piazza, le lettere sembrano mutarsi in luce fioca. Alcuni giurano di averle viste brillare come braci spente che tornano a vivere. Altri dicono che, chinando l'orecchio vicino alla pietra, si odano passi cadenzati e clangore di metallo, come se da quell'architrave si levasse ancora il corteo di cavalieri che vegliava sul borgo.
La campana Fedelissima, ogni volta che rompe l'aria, sembra chiamare a raccolta non solo i vivi ma anche gli spiriti: la piazza si trasforma in un silenzio sacro e la finestra con la sua scritta diventa un occhio vigile, custode di un segreto che non può essere dissolto.
Eppure, tra le cronache più oscure, tra fogli polverosi custoditi in archivi dimenticati, ritorna sempre la stessa voce: sotto i lastroni del basolato di travertino che pavimentano la piazza si celerebbe un altro segno. Non visibile, non immediato, ma riconoscibile solo da chi porta nello sguardo la conoscenza dei simboli antichi. Si dice che là giaccia un intreccio misterioso: una croce patente, sorretta da un drago e accompagnata da una stella a otto punte.
Non un ornamento casuale, ma un enigma inciso nel linguaggio dell'occulto, messaggio di pietra che lega Civitella a un disegno più grande, forse mondiale. Alcuni sostengono che i tre simboli, una volta ritrovati e composti insieme, aprano un varco nascosto: un passaggio segreto che dalle fondamenta della piazza scende sotto la fortezza, conducendo a gallerie che non sono semplici sotterranei ma percorsi iniziatici, destinati a custodire una rivelazione che mai ha visto la luce del sole.
Il drago, dicono i saggi, rappresenta la forza che difende e insieme la bestia che inganna; la stella a otto punte è il cammino dell'uomo verso la rigenerazione, il ciclo eterno che si rinnova; la croce patente è il sigillo dell'Ordine, la chiave che unisce le altre due figure. Solo chi riesce a leggere questa trinità di simboli può sperare di avvicinarsi all'ingresso segreto.
Eppure nessuno, nei secoli, è mai riuscito a trovare il punto esatto. Alcuni parlano di lastroni che si muovono attraverso un marchingegno segreto mosso da un chiave codificata sotto la pressione di chi li calca; altri di notti in cui, alla luce della luna, appaiono ombre geometriche sulla pietra, figure che svaniscono all'alba. Tutto resta sospeso tra suggestione e realtà, tra leggenda e indizio concreto.
Di una cosa, però, i vecchi del borgo sono certi: il giorno in cui quei segni saranno riconosciuti e riportati alla luce, Civitella non sarà più solo una fortezza, ma il centro di un mistero che abbraccia il mondo intero. Perché i templari, prima di scomparire, non lasciarono dietro di sé soltanto reliquie e memorie, ma una promessa ancora viva, incisa nelle pietre e nel tempo.
A volte, quando cala la notte e la piazza resta vuota, chi vi passa accanto giura di udire un mormorio provenire dal sottosuolo. Non è il rumore della terra che si assesta, né lo scorrere dell'acqua tra le cinque immense cisterne che placavano la sete degli assediati: è un richiamo sordo, profondo, come se la pietra stessa attendesse da secoli mani che sappiano sollevarla e occhi pronti a leggere ciò che l'Ordine nascose, non per paura, ma per custodire un enigma che ancora oggi resta intatto.
Un enigma che non appartiene al passato, ma al futuro.

Vittorio Camacci

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