Il Paradiso dei Fillacciare

Ci sono luoghi che li attraversi e poi ci sono luoghi che ti attraversano. La Laga appartiene alla seconda specie. Non si visita: si lascia entrare lentamente dentro di sé, con i suoi boschi, le sue pietre, i suoi silenzi e i suoi piccoli miracoli quotidiani.
Uno di questi miracoli ha il colore dell'estate appena nata e il profumo del fico. Da noi non si chiamano fioroni. Sarebbe quasi un'offesa. Qui, tra Altavilla e Schiaviano, dove la montagna si apre come un immenso balcone sull'alta valle del Vomano e il Gran Sasso domina l'orizzonte come un vecchio re, quei fichi primizia hanno un nome che appartiene soltanto a questa terra: "li fillacciare".
Le parole, come i frutti, hanno radici e quelle che resistono nei piccoli paesi raccontano una civiltà intera. Dire fillacciare significa evocare estati lontane, mani appiccicose di latte bianco, bambini arrampicati sugli alberi, nonni che osservavano il cielo per capire se fosse arrivato il momento giusto per coglierli. Non erano semplicemente fichi: erano l'annuncio che l'estate aveva finalmente vinto sulla primavera.
Il Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga è stato soprattutto questo: un ritorno alla misura delle cose autentiche.
La giornata è iniziata ad Altavilla, davanti alla chiesa, con un'accoglienza che nessun albergo di lusso saprebbe offrire. Una colazione ricca, elegante nella sua semplicità, preparata non per stupire ma per condividere. Nei paesi la vera aristocrazia non è il
denaro: è l'ospitalità.
Poi il cammino verso Schiaviano, tra vecchie mulattiere, muri di pietra, ginestre, querce, vigne di resistenza e antichi lavatoi. Ad ogni curva il Gran Sasso sembrava cambiare volto, come se accompagnasse
in silenzio il cammino dei circa centocinquanta partecipanti.
Ed eccoli, quasi nascosti tra gli orti e le case.
Gli alberi di fico.
Antichi custodi delle estati della Laga.
Mi sono fermato davanti a loro con il rispetto che si deve ai patriarchi. Ogni ramo sembrava custodire una memoria. Ogni foglia raccontava una famiglia. Ogni fillacciara maturata al sole era una piccola vittoria contro il tempo.
Sono frutti fragili. Non sopportano i lunghi viaggi, non
conoscono la logica della grande distribuzione, non si piegano alle esigenze del commercio. Esistono dove sono nati e muoiono dove sono cresciuti. Sono figli fedeli della loro terra.
Per questo raccontano una verità dimenticata: non tutto deve diventare globale. Esistono ancora ricchezze che hanno bisogno di un campanile, di un dialetto e di una comunità per continuare a vivere.
A Schiaviano la festa è diventata popolo. Le tavole hanno unito persone che magari poche ore prima non si conoscevano. I balli hanno riportato il ritmo antico delle feste contadine. I suoni hanno fatto riaffiorare una memoria che nessun archivio potrà mai conservare e la pecora alla cottura, preparata lentamente come insegnavano i padri, ha ricordato che la cucina migliore nasce sempre dalla pazienza e non dalla fretta.
In quel momento ho capito che il vero patrimonio di questi borghi non sono soltanto le case in pietra o gli splendidi panorami.
Sono i gesti che continuano a ripetersi uguali da generazioni. Una tavola condivisa. Un canto improvvisato. Un fico colto direttamente dall'albero. Un nome dialettale pronunciato con orgoglio.
I fillacciare non sono soltanto un frutto.
Sono una dichiarazione d'identità.
Finché ci sarà qualcuno capace di riconoscerli, di aspettarne a breve stagione e di chiamarli con il loro nome, la Laga continuerà a resistere. Non come un museo del passato, ma come una terra viva che
custodisce gelosamente ciò che il mondo moderno rischia di dimenticare.
Perché ci sono sapori che non si possono esportare.
Si possono soltanto vivere e forse il paradiso, da queste parti, non è mai stato un luogo lontano.
Ha semplicemente il sapore dolcissimo dei fillacciare maturati al sole della Laga.
